Racconti di Frontiera

 

SGOMBERANO CHEZ JESUS

Contributo di unx compagnx passatx di qua

É a rischio sgombero Chez Jesus, il rifugio caotico ma necessario che occupa gli spazi sottostanti alla chiesa di Claviere, ultimo comune prima della frontiera francese. Il nome di questa piccola localitá prettamente turistica rappresenta bene la sua posizione di confine tra l’ovest e l’est delle alpi, un confine oscillante e mutovole, a seconda della praticabilitá di essere raggiunto da un lato o dall’altro. Sulle montagne infatti, anche pochi chilomentri facevano la differenza quando non c’erano tunnel o autostrade che le attraversavano e l’unico modo per spostarsi erano i sentieri. Ora peró le cose sono cambiate: nonostante le montagne, centinaia di camion carichi di merci e automobili piene di turisti sfrecciano ogni giorno sulle strade, senza notare né i confini fisici ,che si innalzano immobili da migliaia di anni, né quelli politici, che mutano nel tempo, irrigidendosi o fluidificandosi a seconda delle circostanze. Sfrecciano, i motori, davanti alla chiesa di Claviere, troppo veloci per notare corpi impauriti e stanchi camminare cautamente tra i boschi senza luce e con poche speranze, perché per loro non ci sono strade o trattati che rendono i confini fisici e politici meno imponenti, che invece rimangono sempre lì, da migliaia di anni.
Il tempo e lo spazio non sono uguali per tutti. Con le ruote e i volanti, arrivati a Claviere ci si sente giá in Francia, infatti a cinque minuti dall’ingresso della chiesa di Claviere si trova Montgenevre, piccola localitá sciistica che batte bandiera francese. Ma per chi é costretto a viaggiare in clandestinitá la stessa chiesa rappresenta il punto di partenza per una traversata che richiederá molte ore di cammino, attraverso boschi sconosciuti e ricchi di pericoli. Boschi che testimoniano secoli di attraversamenti, i cui motivi e rischi sono cambiati nel tempo. Pastori minacciati dai lupi, viaggiatori e mercanti dai ladri, partigiani dagli invasori. Ma oggi sulle montagne i lupi sono pochi,di invasori non ce ne sono piú e i ladri hanno cambiato forma. Come i lupi diventati cani pastore, anche quei ladri sono stati addomesticati, mettendosi a guardia delle loro vecchie prede. Hanno lasciato i loro rifugi nella foresta per accasarsi con i mercanti. Indossano una divisa che li leggittima a derubare e terrorizzare uomini,donne e bambini che ogni giorno e ogni notte cercano di attraversare il confine. Il confine che chi non lo ha mai visto probabilmente lo immagina come é disegnato sulla cartina , ma la realtá e che i confini non sono rigide linee ma aree sfumate. Lo sanno le generazioni di abitanti bi-lingua che hanno visto susseguirsi nei secoli dominazioni diverse; lo sanno i migranti di oggi, che per arrivare a destinazione, per sentirsi al sicuro in Francia, devono camminare 17 chilometri su territorio francese. 17 chilometri che posso prendere piú di dodici ore, tra il rischio di perdersi e quello di essere trovati dall’esercito o dalla polizia schierata tra i boschi con il fine di riconoscere chi ha il diritto e chi no di attraversarli. Far rispettare le regole e le frontiere non é un lavoro difficile per le guardie armate. I respingimenti sono infatti di prassi. Chi prova a passare quasi sempre torna indietro almeno una volta. Se si é fortunati, si viene scovati subito, e riportati al punto di partenza, come in un videogioco. Nel peggiore ma piú frequente dei casi, la polizia aspetta gli spaesati camminatori all ingresso di Briançon, obbiettivo finale, che in molti riescono a stento a riconoscere prima di essere fermati dalla polizia, interrogati, perquisiti, derubati e infine caricati in macchina e riportati al punto di partenza, come in un gioco dell’oca. Ad aspettarli al punto di partenza, davanti all’ingresso della chiesa non troveranno un misericordioso Dio né i suoi sacerdoti e devoti. Troveranno invece un gesú anti-imperialista che parla agli ultimi e agli arrabbiati raccontando di fratellanza e comunitá.
Qui chi arriva non trova né sacerdoti, né devoti, né benevolenti. Ma compagni di viaggio e di lotta.
Da questo Jesús, di persone, ogni giorno, ne passano tante, soprattutto dall’Africa e dall’Europa. Nessuno trova ospitalitá, tutti trovano rifugio e compagnia.

Non so cosa pensano i passanti quando arrivano qui, un luogo cosí diverso dai luoghi di accoglienza istituzionali che predicano fratellanza e distribuisccono assistenza, adeguatamente distanziata dall’empatica solidarietá, sostituendo spesso alla persona che si ha di fronte l’immagine di un disperato e incomprensibile essere umano, bisognoso di aiuto e senza personalitá, ambizioni, inclinazioni ; al pari di un bambino incapace di autodeterminarsi.
Anche gli spazi fisici a Chez-Jesus sono poco convenzionali : un solo gabinetto ed una sola doccia, un solo salone, diviso da una tenda dall’ingresso che fa anche da cucina, ufficio, magazzino e dispensa. Nella sala c’é un area riservata alle donne, come nelle moschee o nelle vecchie chiese del sud Italia : uno spazio sicuro, dove le mamme possono allattare e i bambini riposare. Non un luogo di reclusione ma di rispettosa protezione dei figli e delle loro genitrici.
Qui poi non c’é mai ordine, perché nessuno da mai ordini. Si cerca un equlibrio tra le complicate e lente decisioni collettive e le coraggiose prese di iniziativa individuale, che rischiano di essere fortemente criticate, oppure gioviare alla comunitá, come quella presa da qualche compagno di passaggio che una volta ha spontaneamente costruito due soppalchi in legno, aumentando il numero di posti a dormire, perché alcune notti ne servono tanti. Alcune notti l’intera sala, e i sopplachi ,e lo spazio per sole donne sono un tappeto di materassi dove corpi bianchi e neri dormono fianco a fianco, respirando la stessa aria umida e appesantita da sogni di frontiera e occupazione, precarietá e frustrazioni.
É frustrante camminare una notte intera per ritrovarsi in quindici minuti di macchina lí dove si era partiti, come in un sadico gioco a guardie e ladri che strema gli animi e i corpi. É frustrante vedere persone a cui si era giá detto addio tornare disperate, umiliate e spesso derubate dalla polizia di frontiera. É frustrante vedere il modo con cui le azioni quotidiane di decine di persone continuano ad essere distorte dai media e dai vicini pur di non vedere ció che accade loro intorno, pur di non prendersi responsabilitá.

É frustrante e stancante, vedere le cose che non vanno come dovrebbero.
Problemi su problemi si affollano in un unica sala dove non ci si guarda mai intorno senza trovare qualcosa che deve essere fatto : vestiti donati o abbandonati da riordinare ; nuovi arrivati da introdurre allo spazio; feriti, fisici o emotivi, da curare ; piatti da lavare ; cibo da cucinare. Poi ci sono le assemblee, dove la teoria politica, le questioni pratiche e le relazioni umane si aggrovigliano, in più bisogna tenere conto che siamo sulla frontiera, e le differenze linguistiche e culturali tra compagne e compagni provenienti dai due lati rendono la comunicazione meno spontanea e comprensibile. Meno spontanea e comprensibile è resa anche dalla censura che bisogna auto-imporsi, soffocati dalla paura del controllo repressivo, uno stalker senza nome che ascolta e registra ogni conversazione, alla ricerca di prove incriminanti, creando una pressione psicologica come se si vivesse in un interrogatorio continuo. Perché l’ipocrisia di un continente intero che si autoproclama Comunitá ,mentre silenziosamente fa marcia indietro sui patti che dovrebbero rappresentarne le fondamenta, considera criminali coloro che sostengono i migranti irregolari che vorrebbero attraversare confini che secondo i loro stessi trattati non dovrebbero neanche esistere. La  Giustizia chiama questo reato « favoreggiamento all’immigrazionre clandestina in banda organizzata » che mette i solidali alle battaglie per la libertá di movimento a pari livello delle organizzazioni mafiose di traffico di uomini, che qui a Chez Jesus si odiano tanto quanto le frontiere stesse. Questa è l’accusa per cui rischiano fino a dieci anni di reclusione sette ragazzi e ragazze colti in fragrante mentre attraversavano il confine con un corteo al quale stavano partecipando quindici uomini neri, la cui nazionalità e condizione giuridica non è stata verificata. Sarebbero potuti difatto essere regolari cittadini della mutlietnica, liberale, egualitaria e fraterna Francia. Ma questa possibilità non ha impedito allo stato francese di aprire un processo che avrà luogo l’8 novembre a Gap per quel corteo del 22 aprile, avvenuto tre giorni prima della « giornata della liberazione dal fascismo » festa nazionale che in Italia celebra la resistenza partigiana stendendo un velo pietoso su i vent’anni precedenti alla liberazione, vent’anni di omicidi, torture, arresti , leggi raziali che avvenivano con il beneplacido omertoso della maggioranza della popolazione. La storia racconta che la resistenza è avvenuta sulle montagne, e non nelle piazze di ogni città. La storia insegna, noi impariamo?
Come i partigiani durante il fascimo anche noi siamo criminali.
Perciò non c’é separazione tra ospite e ospitato. Siamo tutti qui perché non potremmo essere da nessuna altra parte. Tutti obbligati ad agire nell’illegalitá. Alcuni nel tentativo di raggiungere i propri sogni, altri nell’impossibilitá di fare finta di niente di fronte alle disumanitá che si verificano su queste montagne.
Le differenze peró esistono, e non é facile dimenticarle quando si passeggia per le montagne, percorrendo le stesse strade dei compagni di passaggio senza peró doversi nascondere, potendo invece godersi il paesaggio. Non é facile osservare il bosco che cambia mentre l’estate lascia il posto all’autunno, che tinge di tinte tiepide le montagne; non é facile godersi la brezza fresca che preannuncia l’inverno, sapendo che con l’apertura della stagione sciistica quel sentiero diventerá sempre meno praticabile ; non é facile immaginare la neve, che renderà il panorama forse ancora più mozzafiato ma coprirá sotto un candido velo i crimini contro l’umanitá che vengono commessi ogni giorno su quelle stesse strade.

Non é facile prendere atto che quando la neve inizierà a cadere e i passanti avranno ancora piú bisogno di un rifugio, non potranno più trovarlo qui da Jesus, i cui giorni sembrano contati.

Un luogo occupato é sempre in pericolo di essere sgomberato, ma quando questo luogo si fa carico di oneri che dovrebbero essere responsabilitá di chi impone il sistema delle frontiere e dei respingimenti, anche coloro che reprimono le azioni fuori legge sanno che c’é prima bisogno di trovare un’alternativa, per evitare di essere accusati di aver creato un problema al posto di averlo risolto.
Il 18 settembre l’alternativa e’stata inaugurata ad Oulx, a 20 kilometri dalla frontiera : si tratta di un centro di accoglienza aperto da associazioni laiche e religiose, piú in linea con il modello statale rispetto ad un disomogeneo gruppo di persone che dichiarano esplicitamente guerra al sistema di stati e frontiere.
Un luogo pulito e organizzato, che potrebbe dare ospitalitá ad una trentina di persone, ma che per ora resta vuoto e freddo, data la mancanza di riscaldamento.
Chissá se i benevolenti cittadini e fedeli che hanno deciso di immolarsi in questo progetto di umanitá si rendono conto di essere parte di una pantomima scritta da qualcun altro, di star facendo da scudo protettivo ad un sistema che non ha pietá né benevolenza.

Quando Chez Jesus sará sgomberato, che ne sará dei compagni che vengono riaccompagnati dalla polizia francese a Claviere, stanchi, infreddoliti, magari feriti, nel pieno della notte ? Cammineranno sulla strada per venti chilometri, col rischio di essere investiti ? aspetteranno il mattino con il rischio di morire di freddo ?

Qualsiasi cosa accadrá, sembra che accadrá inosservata : come ció che accade ogni giorno a Ventimiglia, a Calais, a Lesbos, a Tripoli e in tutte le altre frontiere interne ed esterne di questa Fortezza Europa che una volta ogni tanto viene citata con toni di inchiesta dalle testaste giornalistiche o sui social media, sensazionalizzando esperienze quotidiane di lotta alla disumanitá diffusa, generando indignazione o rammarico, prima di finire dimenticate, soffocate da altre centinaia di indignanti informazioni provenienti da ogni capo del mondo.
E mentre piangiamo per gli orfani siriani, le violenze omofobe in russia, gli appartheid sparsi per il pianeta diventiamo miopi alle disumanitá vicine e tangibili.

Questa non vuole essere la descrizione di un luogo alieno, in cui attivisti-supereroi sacrificano le proprie vite per gli Ideali. Non sarebbe veritiero, la verità è che questo è un luogo straordinario dove persone mosse da simili desideri di libertà e spontaneità si incontrano condividendo vissuti, forme mentali e lingue diverse. Nonostante ci sia sempre tanto da fare, non ci si dimentica di gioire per le buone notizie. Qui si piange di rabbia e frustrazione, trovando gli abbracci di chi capisce senza bisogno di parlare, ma si ride, anche, e si gioca, come arma per non lasciarsi affondare dalla pesantezza del contesto. Poi ci sono anche i momenti straordinariamente ordinari: pasti condivisi, nuove amicizie, chiacchiere stimolanti, musica.
In piú la sensazionale consapevolezza di essere padroni della propria vita, di scegliere di dedicare il proprio presente ad un esperimento di convivenza e lotta condivisa con tante persone che vanno e vengono da luoghi diversi, condividendo in questo spazio esperienze, storie, modalitá e pratiche anche molto lontane tra loro. E’ un arte di mediazione in cui tutte le voci vanno mescolate senza che si uniformino in un monotono suono, ma che riescano a convivere in un meravigliosa orchestra senza direttore, riuscendo ad affrontare insieme situazioni critiche e pericolose.
A volte funziona, a volte si impara dagli errori. nessuno ha ancora attuato il paradiso anarchico ma quando mi guardo intorno qui a Chez Jesus vedo occhi che ci stanno provando.

Questo é un tentativo di portare l’attenzione su Claviere, che qualsiasi saranno le sorti di Chez Jesus resterá un luogo di ingiustizia che avrà bisogno di energie quotidane e attive . Ma cerca anche di essere uno spunto di riflessione su cosa vuol dire ai nostri tempi attivarsi ed essere attenti. Non é un segreto che l’accessibilitá a migliaia di stimoli simultaneamente ci rende sempre meno capaci di mantenere l’attenzione, necessaria nell’azione.
E agire non vuol dire condividere questo appello con gli amici su facebook, non vuole dire delegare ai piú giovani o ai piú vecchi le responsabilitá. Agire vuol dire prima di tutto mettersi in discussione, uscire dal torpore del benessere diffuso di cui siamo tutti beneficiari e domandarsi consapevolmente cosa vuole dire essere umani, e una volta trovata una risposta accettabile sará il momento di capire se si é disposti a prendersi le responsabilitá di un essere umano, o quella di aver deciso di vivere senza prendersele.

Siamo tutt* liber* di scegliere se agire o girare la testa da un’altra parte.