Quotidianità alla frontiera

Quotidianità alla frontiera

22 agosto 2018 Non attivi Di passamontagna

Sulla frontiera tra Claviere e Montgenevre è stata un’altra notte di caccia al migrante. Giovanissimi gendarmi razzisti e spavaldi continuano a giocare alla guerra sui sentieri di montagna nascondendosi tra le rocce e cercando di terrorizzare le persone di passaggio. L’ennesima aggressione ad un gruppo di ragazzi, altre ferite, altri punti di sutura.
È per questo che abbiamo scelto insieme alla “Fanfare Invisible” di Parigi di bloccare per circa un’ora la turistica e trafficata frontiera italo-francese.

Questo è il volantino che è stato distribuito:

Quotidianità in frontiera

Claviere è un paese italiano a due chilometri dalla frontiera francese. Dall’inverno scorso, è un luogo di passaggio per i migranti che vogliono entrare in Francia. Da qualche settimana le violenze alla frontiera si sono intensificate: militari e sbirri rubano, picchiano, minacciano e insultano coloro che fermano senza documenti.

I cow-boys in montagna

La presenza poliziesca e militare sui sentieri di montagna è aumentata; per coloro che prendono questi sentieri ci sono fermi violenti, soprattutto di notte, umiliazioni, dei “se ti muovi sparo”: così come delle pratiche che provocano la messa in pericolo immediata delle persone coinvolte.

Per attuare questi fermi le forze di polizia sono ben equipaggiate: visori notturni, cani, quads.

Da qualche giorno anche i militari sono tornati sui sentieri. Giocano a fare la guerra, si allenano facendo la caccia al migrante di notte accompagnati dai poliziotti della PAF, che amano minacciare e picchiare la gente di passaggio.

Il 7 maggio scorso Blessing Matthews è morta affogata nella Durance cercando di scappare dalla polizia.

Pestaggi

Durante i fermi, la polizia di frontera si dà sempre più regolarmente ad atti di violenza, in particolare per forzare le persone fermate a dare le impronte digitali. Di seguito, una testimonianza raccolta il 13 agosto da un giovane di 16 anni fermato, che rifiutava di dare le sue impronte:

“Hanno cominciato a picchiarmi per obbligarmi a dare le mie impronte. Una volta, poi una seconda volta, più forte. Due persone sono venute a dare rinforzi. Si sono messi in quattro per fermarmi, per forzarmi ad aprire le mani, due da ogni lato. Io ho resistito. Allora uno dei quattro polizziotti mi ha preso per la nuca e mi ha sbattuto in terra. Io gli o detto che potevano anche uccidermi ma non avrei dato le mie impronte. Allora mi hanno caricato su una macchina e mi hanno buttato in strada giusto dall’altro lato della frontiera, in Italia. Sono restato lì a terra, 30/40 minuti. Avevo troppo male per alzarmi, poi mi hanno trovato due persone e hanno chiamato un ambulanza”

Quotidianamente le persone di passaggio vengono umiliate con perquisizioni corporali anche nelle parti intime e vengono umiliate con insulti e un razzismo espresso apertamente.

I responsabili politici ci martellano con le solite parole, che viviamo in uno stato di diritto. Ci teniamo a far comprendere cosa questo significa nel caso particolare della frontiera: significa ronde, battute di caccia al migrante e umiliazioni per chi non ha i documenti.

Sono anche minacce di pene fino a 10 anni di prigione per chi “aiuta al passaggio in banda organizzata”, per chi lotta contro questo dispositivo e contro chi lo rappresenta. Sono le intimidazioni e la messa in pericolo sistematica delle persone di passaggio, l’unico “ordine democratico” della frontiera.

Queste non sono eccezioni, né anomalie: tutti questi fatti costituiscono altrettanti esempi di quella che è la politica frontaliera europea. Sono le pratiche quotidiane delle persone e delle istituzioni che invocano lo stato di diritto per meglio giustificare la violenza necessaria al loro potere.

Di fronte alla violenza della polizia, dello stato, noi continueremo a passare le frontiere, a combatterle, a bucarle.